Di maturità e maturandi

Al tema di italiano del 1996 ci chiedevano di delineare la figura di Don Abbondio nei Promessi Sposi. Quando non-ricordo-chi ci lesse le traccIe del tema, dentro di me feci un micro-saltello di yuppi perché io quell’Alessandro lì l’ho sempre amato, per cui non potevo chiedere meglio. La sera stessa ricordo che io e i miei compagni di classe parlammo al telefono – a turno eh, un giro di telefonate di passaparola che oggi fa ridere visto che abbiamo i gruppi di WhatsApp – con il compianto professor Vellutini che, con tutta la sua solita ironia mi disse: “Rampiconi, diobono, il tema era bello ma hai scritto 9 colonne di roba, via! Ti volevano dare 9, ti sei presa tra il 7 e l’8 perché te la sintesi manco sai cosa è!”

Arrivammo così al giorno dopo, compito di matematica. Brrr.

La mia carriera in matematica al liceo scientifico è stata molto divertente: come dico sempre ai miei figlioli, non vi preoccupate troppo dei voti perché mamma in matematica ha preso tutto lo spettro possibile della scala 3 – 10, è stato emozionante salire e scendere continuamente dalle montagne russe del giudizio, aiuta a crescere!

Nonostante l’incostanza, ero comunque una combattente per cui al giorno del compito sono arrivata armata fino ai denti e convinta di potercela fare. [Macché, la verità è che mi cagavo proprio sotto.]

In ogni caso, per una volta nella vita, il destino mi sorride a 35 denti e il compito di matematica di quell’anno è abbordabilissimo. Posto foto a testimonianza. Lo leggo ora e chiaramente mi sembra sanscrito, ma comunque sia succede che prendo 10 – DIECI – D I E C I.

Io, 10 a matematica. La vita è bella, Dio mi ama.

Gli orali me li fissano per il 18 luglio, ‘na cosetta tranquilla, studiare mentre tutti gli altri iniziano ad andare al mare e a sentirsi leggiadri e felici. Il 18 luglio alle 8.30 ho gli orali di scienze della terra – che noi chiamavamo di più “geografia astronomica” – e di inglese. Tra stelle, nane bianche, nane nere, terremoti e tsunami, ma soprattutto James Joyce e Virginia Woolf, passa anche questa.

Io oggi non ho auguri da fare in particolare a nessuno, ma di base una cosa devo dirla: ragazzi, vi invidio e tornerei domani su quel banco a scrivere di Don Abbondio (e anche a prendermi ‘sto unico 10 in matematica, sì!).

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Causticamente imperfetta

Ho sempre odiato il mio naso.

Ho imparato a detestarlo fin da piccola, quando ancora il maledetto organo conservava una forma graziosa e per nulla aquilina. Saranno state le adenoidi, sarà stata la mia spiccata allergia a qualunque cosa, fiore, albero, prato, acaro, gatto, cane, fatto sta che il naso mi ha sempre creato problemi.

Crescendo, ha iniziato a manifestare una personalità decisa, e io con lui. Ha intrapreso un percorso tutto suo, deviando da ogni forma di razionalità e scendendo drasticamente verso il basso, finché il termine “aquilino” ha finalmente assunto un senso compiuto.

Con la pubertà inutile dire che si è tutto complicato: in un’età di trasformazioni fisiche marcate, Lui ha continuato pervicace la sua lotta per spiccare in mezzo a tutti gli altri particolari del mio viso. Non sono bastati gli occhi grandi, a nulla è servito lo zigomo alto, la fronte ben proporzionata: NO, lui voleva tutto il palcoscenico per sé. E inesorabilmente sono iniziati i primi malesseri, le prese in giro rispetto a quello che era un canone più condiviso e accettato.

Metà adolescenza l’ho passata a prendermi in giro da sola, per far vedere che me ne infischiavo baldanzosa delle prese in giro altrui. “Streghetta”, “naso all’ingiù”, mi sono sentita dire di tutto ma ho sempre sopportato con proverbiale stoicismo.

Finché niente, a un certo punto ho pensato che no, questo naso su di me proprio non c’azzeccava nulla.

A 17-18 anni ho iniziato a depositare nel mio cassetto il sogno di una rivalsa chirurgica e i miei, oggettivamente sensibili al tema, mi hanno assecondato di buon grado.

Il mio fidanzato mi ripeteva “mi piaci così” ma non ho mai ascoltato nessuno, figuriamoci se potevo dar credito al fidanzato di parte: quel naso mi usciva fuori dalla faccia in maniera troppo prepotente e andava ridimensionato, senza se e senza ma.

Nell’inverno del 1999 in radio andava fortissimo “Tender” dei Blur, io avevo in mano il mio primo cellulare, un Motorola 8700 versione telecomando di casa e sognavo il giorno della mia rinoplastica, fissato per il 10 marzo.

Il 10 marzo ’99 mi sdraiavo incredula su un tavolo operatorio gelido, con indosso un camice di una bruttezza sconsiderata e con una specie di humor che mi ha sempre molto aiutato nella vita.

“Dottore, la togliamo questa gobba, sì? Lo sistemiamo questo trascinamento della punta?”

Mi dice “Sì, ora però conti fino a 10.

Conto fino a 3 e vedo tutto nero. Mi sveglio con la febbre, un freddo becco e almeno quattro coperte addosso, tremo ma sono felice. Ho un naso nuovo, penso! Un naso all’insù, è incredibile!

Mi fa male la testa, ho il gesso, gli occhi gonfi, sono un mostro (la foto non mente). Un mostro MOLTO felice.

Rientro a casa dopo 3 giorni, sono fiera del mio impacchettamento, ho il contorno occhi viola, poi verde e giallo, il sangue colato che si è riassorbito sotto i tessuti si vede tutto e mi arriva fin sotto il mento, probabilmente faccio pure un po’ schifo, ma io sono felice.

Vado allegra e leggiadra in giro per negozi, per le strade della mia città, senza curarmi di sguardi indiscreti o altro.  “Hai avuto un incidente? “, mi chiede gran parte della gente che conosco e che mi ferma per parlare.

“No no, mi sono rifatta il naso perché non mi piaceva”. AH.

La sincerità spaventa sempre molto gli altri, perlomeno la mia di sincerità ha sempre allontanato gli altri invece che avvicinarli al mio mondo. Sono “caustica” e anche “peperina” mi dicono, mentre a me pare solo di essere noiosamente normale.

“Ma… come mai l’hai rifatto??? Non era poi così male! “

Ed è questo il punto a cui volevo arrivare dopo tanto scrivere.

Le stesse persone che per anni hanno fatto battute sulla forma della mia probosc…. ehm, naso, di fronte al fatto compiuto non hanno più avuto il coraggio dei loro pensieri e mi hanno addirittura detto che ma no, ma dai, ma non ce n’era affatto bisogno!

Salta fuori dopo anni che quel naso mi conferiva un’incredibile personalità, che era un naso “nobile” come ha tentato di farmi notare invano lo stesso chirurgo durante la visita preliminare. Eh no, CARI TUTTI, dileggiata per anni e poi ancora biasimata per l’intervento diretto sul difetto, no!

Sull’imperfezione ci ho scritto un libro tanti anni fa, diceva più o meno che nella pubblicità come nella vita ci facciamo scudo con l’idea che “il difetto è bello”, “il difetto ti rende unico”, quando in realtà, ahimè, non esiste una società votata alla ricerca del bello e del perfetto più della nostra.

Oggi ho un naso rifatto, probabilmente anonimo, con cui mi sento a mio agio. Chissà se il mio vecchio naso mi avrebbe comunque fatto sentire la persona che sono oggi.

[PS. Secondo me, ve lo dico, non ha mai accettato quello che gli ho fatto, e a distanza di anni si sta vendicando in tutti i modi: con riniti allergiche di potenza 400 volte superiore a quelle di un tempo, con pruriti e fastidi vari. Mi manda dei segnali, è evidente.]